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21 giorni per un’abitudine. L’abitudine di essere felici

Studi scientifici e tradizioni antiche, orientali e sudamericane, ci dicono che ventuno giorni rappresentano il tempo minimo affinché un comportamento, un’azione, un modo di fare o di essere diventi parte della nostra vita quotidiana e si trasformi in una vera e propria abitudine.

Se ne parla molto negli ultimi mesi dei famosi 21 giorni (vero o falso che sia non è questo il punto): 21 giorni per modificare la propria alimentazione e mangiare in modo più equilibrato, 21 giorni per iniziare e praticare un’attività sportiva, 21 giorni per mettere in ordine in casa o tra i propri oggetti, 21 giorni per svegliarsi prima al mattino. Ne ho letti tanti di questi buoni propositi soprattutto all’inizio del mese di settembre che, per tutti noi, rappresenta una sorta di gennaio abbronzato e quasi dopato.

Lo scorso 17 luglio mi è stato diagnosticato un melanoma in situ, il miglior melanoma che esista, superficiale, un tumore superficiale. Maligno ma preso in tempo, quasi in anticipo. Non voglio tornare sull’argomento ma voglio parlarvi del mio atteggiamento, dei miei pensieri. Si potrebbe trattare, per quanto mi riguarda, di una gamba rotta o, che so, di un’appendicite (ho già dato grazie!), il mio discorso resterebbe il medesimo.

Nei giorni in cui, in vacanza in Puglia, aspettavamo il referto del medico (sapevamo solo di doverlo incontrare per alcune spiegazioni sull’esito dell’esame istologico – per telefono non è possibile avere notizie specifiche) ho spesso detto a Simone “vedrai che non sarà nulla di che” e ho da lui ricevuto sempre la stessa risposta “io temo cattive notizie perchè siamo troppo fortunati, ci va sempre tutto bene, prima o poi arriverà qualcosa di brutto”. (avevo ragione io, come sempre del resto, capito Marito?;-))

Come se la fortuna e la felicità fossero quelle scarpe fichissime, desiderate da anni ma troppo strette per andarci in giro con agio e comodità.

Parlando con mia madre qualche giorno fa le ho detto: “beh, se tutti i tumori fossero così sarebbe un mondo migliore!” e lei – da madre chiaramente – “ma se non ti fosse venuto questo tumore sarebbe stato meglio, guarda che cicatrice hai!”. E ovviamente la questione cicatrice è del tutto secondaria ma lei è mia madre e in quanto tale vive con paranoia ogni piccolo disturbo e ogni piccola deturpazione del corpo della sua bambina.

Non credo in Dio ma credo nell’io, nel noi. Penso di aver ricevuto dalla vita un piccolo avvertimento; non un “hey, abbassa la cresta, sei troppo felice e questa felicità, bella mia, potrebbe finire da un momento all’altro!” ma, piuttosto un “piantala di frignare se l’auto si guasta, se i bambini prendono 789 raffreddori, se piove e fa freddo, se ti senti la più sfigata sulla faccia della terra, qui c’è tanta di quella fortuna e felicità da afferrare che se non ti dai una mossa lo farà qualcun altro!”.

Sono una persona estremamente razionale, non sto scrivendo per voi un piccolo bignami di mindfulness, il massimo della new age che posso tollerare è il video Frozen di Madonna; ma, c’è un ma, il melanoma mi ha dato una svegliata, che lo facciate in 21, 31 o 41 giorni datevi una mossa, non abbiate timore, non vivete pensando sempre alla catastrofe imminente (quando e se accadrà la affronteremo). Sono troppo felice embè? Mi sono fatta il culo per arrivare qua e quella cicatrice proprio sul didietro me lo ricorderà.

Niente di ciò che siamo o possediamo è scontato, la fortuna e la gioia possono ritrovarsi in molte delle cose che abbiamo o facciamo (e se, la sera, non avete voglia di scrivere le famose “tre cose belle di oggi”  sul quadernino della felicità nessun problema, pure a me l’happiness planner mi fa venire il nervoso).

Non sono le parole a far paura, lo sono i pensieri, non resistiamo ai cambiamenti e non resistiamo alla felicità, prendiamoci 21 giorni per abituarci ad essere felici.

 

 

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