Categoria: vita da trentenne

Cose che ti dirò sugli uomini

baby fashion vita da trentenne

Cose che ti dirò sugli uomini

C’è una cosa che più delle altre mi conferma quanto io stia invecchiando velocemente: più dei capelli bianchi, più delle rughe, più del non capire la musica di oggi ed è la tristezza per ciò che siamo diventati.
Noi, i miei coetanei, quelli che sono cresciuti con me (non solo realmente ma da un punto di vista generazionale): persone che giocano con la serietà. Che costruiscono giri di parole come durante una sfida a Scarabeo, che mettono su case come ad una partita di Monopoli e che poi si tirano indietro facendo “la conta” con la vita vera. Che giocano e basta.
Non credo all’indissolubilità del matrimonio, non credo al giuramento davanti a Dio e davanti alla chiesa (ma rispetto molto chi la pensa diversamente) – infatti io e Marito ci siamo sposati in comune – ma credo alla serietà di una promessa fatta davanti agli uomini e cioè alla famiglia ed agli amici più cari. Un impegno preso con la persona più importante della nostra esistenza, noi stessi.
Non credo che, nella vita, ci sia un unico amore, credo si possa sbagliare e poi ricominciare e vedo persone accanto a me che lo stanno facendo con slancio ed entusiasmo e che si stanno godendo l’opportunità che la vita ha loro regalato dopo una separazione, le ammiro e sono davvero emozionata per loro. Non sono certo una bacchettona, credo nella felicità, nella professione della felicità: un lavoro duro ma coinvolgente, il migliore che si possa mai fare.
Oggi che sono mamma credo anche di avere un obbligo morale ed educativo nei confronti dei miei figli, un obbligo che sento con maggiore forza verso Zoe che presto sarà una donna e avrà bisogno di esempi, insegnamenti e punti fermi. Sarà una ragazza in un tempo complicato davvero.
E così ho pensato a cosa le dirò sugli uomini e sui rapporti, a come le insegnerò che la serietà possa e debba guidare ogni scelta, anche quella di lasciarsi se necessario, se giusto, se coerente. Con delicatezza. Perdonando se stessa. Con il rispetto del fragile equilibrio tra il dolore provocato agli altri e la felicità che si potrebbe provare. La partita nella quale vincono tutti: questo è l’unico caso in cui, in amore, è consentito giocare.
Le dirò che io non ho mai pianto per il suo papà, ho pianto CON lui. Le dirò che amare solo l’amore che l’altro prova per noi prima o poi non basterà più.
Le dirò che il suo papà ha trascorso notti intere a sistemarmi il pigiama, a coprirmi la pancia temendo che io potessi prender freddo dormendo.
Che il rispetto non conosce attenuanti, mai.
Le dirò che l’uomo giusto non è quello che riempie i propri vuoti ma che ci permette di viverceli e di curarli, l’uomo che ci rende felici anche nei momenti di solitudine, che ci fa avere ancora voglia della solitudine.
“Non è forse l’asocialità la vera essenza dell’amore?” Jane Austen
A 32 anni regalami un pediluvio

baby fashion vita da trentenne

A 32 anni regalami un pediluvio

E così ci siamo: dopodomani saranno 32. 32 capelli bianchi, 32 rughe, 32 anni. Non che la cosa mi turbi particolarmente, sono già nella fase in cui quando mi si chiede l’età mi tocca fare due conti (1984 + 20 + un tot).

La fatidica domanda di Marito è stata posta per tempo (a breve sul blog “Come educare il marito” in 3456 comode uscite, prezzo lancio 1,99 €, mini battipanni in plastica incluso nell’offerta).

“Cosa vuoi che ti regali?”

“Niente” una parola che come una voragine enorme racchiude almeno 76 borse, 58 paia di scarpe, un paio di viaggi e quell’abito che non potrò mai permettermi. Per noi donne. Per loro uomini niente è niente. Ma Marito no, lui conosce i suoi polli, sa che niente equivale a dire: “prova a non comprarmi niente che te ne farò pentire amaramente”.

“Dai Olga, cosa vuoi?”

“Niente davvero”. Al secondo niente aggiungo anche la collana vintage vista anni fa in quel negozietto a Barcellona.

“Certo!Tutto quello che desideri TU te lo compri!” (un TU carico di significati, TU e non IO)”.

“No guarda, ci sono un casino di cose che vorrei ma non posso comprare, comunque prendimi un blazer”.

“Eh?”

“Facciamo così: il blazer me lo compro da sola in saldo, tu regalami una giornata senza bambini” disse la perfida Crudelia De Mon.

E così, per la prima volta nella mia vita non ho chiesto regali me esperienze, culinarie perlopiù, segno che sto decisamente invecchiando. Dalla lista ho dovuto depennare un paio di dolcetti per non trasformare il 32esimo nel mio ultimo compleanno. Ci ho messo un paio di mostre e un giretto in città. Marito lo sa, se vuol farmi felice deve portarmi tra il cemento, altro che natura, altro che mare o montagna.

Poi ho raccontato alla mia amica questa roba delle esperienze e mi ha suggerito di aggiungere anche un bel pediluvio tra le richieste.

Quanto ai 32, ricordo come fosse ieri l’esaltazione di compierne 16, quella dei 18, quella dei 25 (vuoi mettere eleggere i senatori?) e poi, gli anni sono passati veloci e io ho vissuto davvero forse solo a partire dai 30, non ho permesso ad altri di scegliere per me, ho spinto decisamente il piede sull’acceleratore e ne sono felice.

E non parlo dei tre figli, parlo di me, di Olga non della mamma-di.

(voi, gente là fuori, piantatela di dirmi “Ohhh a 32 anni già tre figli, hai fatto praticamente TUTTO!”. Io ho ancora TUTTO da fare).

Se invecchiare è così, beh, è decisamente una figata.

Di granola e luoghi comuni

baby fashion vita da trentenne

Di granola e luoghi comuni

Pare che la granola abbia origini australiane. Io in Australia ci sono stata da 16enne in vacanza studio ma non l’ho mangiata affatto. Probabilmente non era ancora alla moda come adesso e la mancanza assoluta di Instagram (stiamo parlando dell’estate delle Olimpiadi di Sidney 2000) rendeva la colazione un fatto privato e poco interessante. Io mangiavo i Coco Pops Banana Flavoured (‘banana bubbles, the cereal that thinks it’s a milkshake!‘), mai visti in Italia (e ritirati dal mercato per calo delle vendite) e waffle al posto dei biscotti non potendo però condividere la mia gioia mattutina per l’eccesso di zuccheri con nessuno.

La granola fa molto fico diciamocelo. Mentre la prepari visualizzi te stessa a piedi nudi, un maglione in lana grossa (del fidanzato fotografo), candele accese, Love Actually in tivvù (a proposito, parte oggi il canale dedicato solo ai film di Natale!), Ryan Gosling come vicino di casa che ti chiede se hai un po’ di sale da prestare, Madonna come compagna della classe di pilates e i figli (se proprio vogliamo inserirli in questo sogno ad occhi aperti) momentaneamente assenti per una merenda bio a casa Parker-Broderick.

Granola

Ammetto che, però, c’è del buono, oltre al gusto della granola in sé ed alla possibilità di sgranocchiarla in ogni momento, la casa si riempirà di un profumino di zucchero e cannella perfetto per il periodo natalizio. In fondo oggi è già il 1 di Dicembre, io inizio il 7° mese di gravidanza (roba da pazzi!), Natale si avvicina, ho costruito un calendario dell’avvento home made in fretta e furia ieri sera alle 23 (sono arrivata al  numero 10 immaginando che nessuno se ne sarebbe accorto e invece naaaa stanata subito dal figlio maggiore che ha imparato a leggere i numeri), ho iniziato ad indossare orecchie da renna e occhiali con lucine.

Cioè dai, io mica preparo la granola perchè va di moda, naaaaaaa, ma perché è buona davvero, provare per credere. Marito sul punto non commenta, ha solo fatto un rapido calcolo del costo degli ingredienti stimando di poter comprare con la medesima cifra cereali da supermercato fino alla prossima era glaciale.

Comunque non mi sono certo convertita al food blogging, credo fermamente che delle mie ricette non freghi niente a nessuno, MA, stamattina molte di voi mi hanno chiesto la ricetta di quell’ammasso di granelli che ho pubblicato su Instagram ed eccovi accontentate.

MAMMAHOLIC GRANOLA

Ingredienti:

  • farro soffiato
  • crusca di avena
  • nocciole tostate
  • mandorle
  • mix di semi (girasole, zucca e lino)
  • semi di Chia
  • farina di cocco
  • mix di frutti rossi secchi
  • aroma di vaniglia
  • miele
  • poca acqua
  • cannella
  • zenzero
  • noce moscata
  • marmellata di prugne
  • sciroppo d’acero
  • un pizzico di sale

Ho mescolato insieme prima tutti gli ingredienti secchi, le quantità non saprei dirvele perché qui, in cucina come nella vita, si viaggia ad occhio. Dipende dai gusti o da ciò che avete in casa. Io, ad esempio, avevo poca farina di cocco e l’ho utilizzata tutta. Le mandorle e nocciole andrebbero tritate, fatelo se preferite una granola più friabile e meno densa. A seguire aggiungete gli ingredienti (e mo’ come si dice?Bagnati?Acquosi?) liquidi. Nelle ricette trovate su internet c’è chi usa il burro fuso per amalgamare, c’è chi usa l’olio di semi, io ho messo miele, poco sciroppo d’acero, due cucchiai di marmellata di prugne (anche questa in frigo da finire) e, infine, poca acqua (sono certa di non digerire il burro). L’obiettivo è ottenere un composto umido. Mescolate con le mani, sarà tutto più facile e sperate che non suoni il postino in quel preciso istante (come successo a me). Le spezie (cannella, noce moscata e zenzero) vanno a gusto. Assaggiate il composto, se vi sembra poco zuccherato aggiungete zucchero di canna.

Stendete la granola su una placca forno coperta di carta forno, infornate a 160° (forno preriscaldato) per 15 minuti. Allo scadere del tempo rigirate la granola e fatela cuocere per altri 15 minuti. Poi tiratela fuori e lasciatela raffreddare. Anche in questo caso ho trovato ricette con cottura 40 minuti, il mio forno è particolarmente caloroso e per me mezz’ora è stata sufficiente.

Insomma va tutto a gusto, fatela un po’ come vi pare (gocce di cioccolato, uvetta, anacardi, diversi tipi di cereali) e buona colazione!

Granola

(Ah. Chiaramente non osate mangiarla con del comunissimo latte vaccino, se non bevete latte vegetale, di cocco, mandorle, avena, nocciole, kamut, non siete nessuno)

 

Amore a chi?

baby fashion vita da trentenne

Amore a chi?

Io e Marito, dopo un mese di clausura, abbiamo cenato fuori. In modo low profile, con gravida abbandonata sul ciglio della strada proprio davanti al locale per non farle fare nemmeno mezzo passo.

Un ristorante giapponese per rispettare il perfetto clichè della coppia trentenne milanese la domenica sera: cinema + sushi. Al cinema abbiamo rinunciato perchè io mi addormenterei già in fila alla cassa.

Comunque abbiamo parlato (le attese sono state abbastanza lunghe) di rapporti di coppia, di storie d’amore e, naturalmente, abbiamo commentato gli avventori del locale giudicandoli insopportabili per un buon 90%. Medaglia d’oro al 35enne con giacca blu d’ordinanza, pochette bianca che usciva dal taschino e scarpa inglese lucidissima, un accento talmente odioso che avrei tanto desiderato prenderlo a testate. Santo cielo, è domenica, vestiti da straccione sfaticato come tutti noi durante il weekend. Accoppiato naturalmente ad una tipa che ha esultato, battendo le mani e saltellando sulla sedia, ad ogni piatto arrivato al tavolo.

Vabbè, il punto è che a Marito piace mettermi in imbarazzo e così, arrivata la cameriera per prendere le ordinazioni ha esclamato: Amore, tu cosa prendi?”

(AMORE?A chi?A me?)

Credo di aver sputato in faccia alla povera cameriera, sono scoppiata a ridere, guardandolo e mimando gesti con le mani come a dire “Ma che cavolo stai dicendo Willis?”

Poi mi sono voltata verso la cameriera in cerca di supporto, di quella classica risatina che sta a indicare “Che burlone il tuo tipo, vabbè sei perdonata!”; ed invece no, lei, impassibile, ha continuato a scrivere sul suo taccuino come se non ci fosse un domani. “Oh, mica sto ordinando la razione pasto per una mensa aziendale, ti ho chiesto solo due sushi!”.

Rimasti soli l’ho cazziato; abbiamo 30 anni (31 e 34 per l’esattezza), stiamo insieme da 7 anni (ahia la crisi), abbiamo due figli e mezzo e mi chiami in pubblico amore?Sarebbe grave pure se tu lo facessi tra le mura domestiche conoscendomi.

E lui: “Beh dai è chiaro che la tipa ha pensato che tu sia una che ho abbordato giusto per una serata, ti ricordo che io indosso la fede e tu non più”. Giusto, cribbio, l’ho persa. Esco con un uomo sposato e non indosso la fede. Esco con un uomo sposato, non indosso la fede e sono pure mediamente incinta. L’apparenza inganna ma io non ne vengo fuori molto bene.

Torno al dunque; abbiamo parlato di storie d’amore, quelle dei tempi in cui ti attaccavi alla connesione wi-fi del vicino ma giusto per leggere dello spostamento d’aula della lezione di diritto commerciale sul sito dell’università. Quelle in cui Acufene era un gruppo musicale punk rock mentre adesso è solo il nome scritto sulla prescrizione del mio medico.

Marito ha una sua teoria ben precisa che fa più o meno così: due persone possono avere in comune obiettivi a lungo termine o a breve termine. A 30 anni tendenzialmente bisogna averli a lungo termine e chissene frega del presente, a 20 anni li hai uguali solo a breve (pizza SI/NO, Formentera in campeggio SI/NO, mi farei la tua migliore amica SI/NO). Io, secondo lui, confondo i piani perchè pretendo che ci sia uniformità su tutti i fronti.

Ho piagnucolato, in tutta risposta, che io e il mio ex avevamo obiettivi a breve-medio-lungo termine IDENTICI. “E allora sai che palle stare con Olga in versione maschile, un bel casino quando si comprava la frutta in grammi da convertire in chili”.

E così, si è conclusa la mia sciagurata settimana, iniziata con una richiesta di amicizia su Facebook arrivata da una omonima di mia madre (mi piace credere che si tratti solo di omonimia non essendoci nessuna foto profilo – finirò di illudermi quando metterà una foto di me da piccola con le chiappe al vento) e finita con un marito che mi chiama amore in pubblico.

“Mi dai un bacio mentre aspettiamo il conto?”, “Ma sei fuori?”