Lavoro di una mamma

Family life

Fare la mamma non è un lavoro

Leggo in questi giorni l’ennesima presunta stima del “lavoro di una madre”. Se le attività quotidiane di una mamma venissero quantificate e monetizzate una donna dovrebbe percepire uno stipendio mensile pari a 3045 euro.

Una storia che si ripete sempre uguale, ricordo di aver letto già anni fa il medesimo testo (con una stima pressoché simile) postato sui social (con grande entuasiasmo e al grido di “finalmente!”) da una mamma che, con me, faceva il corso preparto; guarda caso una giovanissima mamma che aveva abbandonato gli studi preferendo la vita di moglie e di mamma, che aveva un compagno che forte del suo stipendio “sufficiente” a sfamare l’intera famiglia l’aveva gentilmente invitata a rimanere a casa, eventualmente a cercarsi un “lavoretto giusto per dar soddisfazione a qualche capriccio”. Che l’aveva convinta al licenziamento “perché inutile farsi sfruttare dal datore di lavoro, invece di fare la serva in un bar fai la padrona a casa tua (ed eventualmente la serva del marito, situazione socialmente accettabile per molti)”. “Vedrai che non ti farò mancare nulla, ti tratterò come una regina!”.

No, non è un film ambientato negli anni 60′, si tratta di vita vera di due ragazzi sotto i 25 anni, ragazzi che educheranno uomini e donne di domani, ragazzi che vivono in una grande città del nord. Frasi subdole e pericolose da parte di un uomo probabilmente cresciuto con un unico modello di moglie e di compagna per il quale un altro sistema di famiglia non è ammissibile o concepibile. Se io fossi la madre di una giovane ragazza ventenne che non abbia altra aspirazione se non quella di gestire una famiglia e crescere dei figli avrei timore per lei, per i vincoli nei quali potrebbe trovarsi imbrigliata in futuro, perché la scelta di non lavorare non sempre è una vera scelta. L’autonomia e l’indipendenza, culturale, economica e psicologica danno forza a tutti, uomini e donne e sappiamo, purtroppo, che uscire dal mondo del lavoro a 25 anni per poi tentare di rientrarci a 35 è pura utopia.

Questi articoli sul lavoro di madre sono offensivi, sessisti, inopportuni, frutto di pessimo giornalismo fatto da pessimi giornalisti. Queste ricerche non fanno altro che alimentare stereotipi e luoghi comuni, autoalimentare scelte spesso poco consapevoli di chi parte già da una situazione di debolezza e a questa debolezza cerca di attribuire un senso.

E nel profondo mostrano l’insoddisfazione di queste donne (non voglio generalizzare, parlo di alcune di queste donne – sulla libera scelta di ognuno non discuto, la rispetto senza alcun dubbio) che condividono felici l’articolo in questione come bisognose di un riconoscimento altrui, di un riconoscimento esterno.

Fare la mamma non è un lavoro, sono una mamma lavoratrice a tempo pieno, ripeto, rispetto le scelte altrui (sono figlia di una mamma casalinga) ma, come ho già scritto, ho deciso di non vivere la mia vita attraverso quella degli altri nemmeno se gli altri sono i miei figli: credo che loro abbiano il diritto di avere genitori che sono molto di più di una mamma ed un papà.  Io e mio marito abbiamo deciso di restituire ai nostri bambini una esempio di genitori pari ma non uguali (è giusto che alcune differenze ci siano e che vengano rispettate, differenze che non hanno a che fare con il genere ma con l’essere persone differenti e uniche), di una mamma e di un papà impegnati fuori e dentro casa, nel lavoro e nella vita. Perché la famiglia, la genitorialità, gli affetti sono la vita stessa, quella che ci siamo scelti, per la quale quantificare una cifra non ha alcun senso. Noi genitori abbiamo il dovere di far crescere uomini e donne diversi, evoluti, abbiamo una enorme responsabilità e questo passa da ogni piccolo gesto, da ogni parola detta o frase pronunciata, da ogni comportamento anche quello apparentemente più innocuo.

Fare la madre non è un lavoro come non lo è essere figlia (e, in questo caso avrei diritto ad uno stipendio ben più alto di 3000 euro al mese!:-)). Le soddisfazioni personali non possono e non devono ricadere interamente sui figli o sulla famiglia, vanno ricercate in noi, in ciò che amiamo prima e nonostante loro.

Autista, chef, personal shopper, life coach, colf, insegnante privato: sono tutte mansioni che spettano alle mamme quanto ai papà.

In Italia non c’è solo la mancanza di asili, di servizi per le famiglie, l’assenza di un valido sistema di welfare che viene trasferito in larga parte sulle donne che passano dalla cura dei bambini a quella degli anziani senza soluzione di continuità. Non ci sono solo ragioni economico-finanziarie. Ci sono soprattutto ostacoli socio-culturali, c’è il ruolo materno, la cura parentale, la “dolcezza di una madre”, la natura. Idee diffuse tra gli uomini ma, perciolosamente anche tra le donne. Ci sono le statistiche che ci dicono che, quando le ragazze studiano, sono più brave dei loro compagni maschi in tutte le materie ma che dopo 10/15 anni quelle stesse ragazze si troveranno a dedicare in media 80 minuti al giorno in più dell’uomo ai lavori domestici (io e mio marito ne siamo un esempio).

Certo, il cambio di mentalità dovrebbe accompagnarsi ad un profondo cambiamento dei meccanismi lavorativi, soprattutto aziendali: dovrebbe implicare la valorizzazione non solo del tempo speso fisicamente nel luogo di lavoro ma soprattutto dei risultati raggiunti, dovrebbe prevedere maggiore flessibilità e non precarietà,

E, attenzione, tutto questo dovrebbe valere per tutti, uomini e donne, papà, mamme, figli, sorelle, amici, single. Non chiediamo maggiori strumenti di conciliazione solo per le donne, non cadiamo nella trappola che a conciliare figli e famiglia dovrebbero essere solo le madri, chiediamoli invece per tutti, per i padri che la sera vorrebbero cenare con i propri figli invece di avere l’ennesima riunione in ufficio fissata alle 19 in spregio a qualsiasi regola di civile convivenza, per uomini e donne che accudiscono i genitori anziani, per uomini e donne che non accudiscono proprio nessuno ma che aspirano a vivere una loro vita, che hanno voglia di lavorare certo, tanto e bene, ma che credono ci possa essere anche dell’altro.

“Il sorriso restituito da un figlio ripaga da ogni sacrificio”, recita così l’incipit dell’articolo che ho citato. Vero, il sorriso del proprio bimbo è meraviglioso ma non ripaga certo dal sacrificio di aver rinunciato alla nostra libertà ed al nostro essere persone oltre che madri.

 

Foto di copertina: Silvia Martino Photography

32 anni, vivo a Milano con tre bambini, un Marito ed un grande armadio. Alterno vestiti a libri, parole scritte a quelle parlate.

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Commenti (1)

  1. Super articolo, davvero! Analisi dettagliata dei processi mentali in cui purtroppo ci troviamo chi più chi meno invischiati, ma hai anche toccato le tematiche socio-economiche che sono ancora a sfavore delle donne.

    L’indipendenza è un altro tema chiave. Basta guardarsi in giro per vedere donne che non si decidono a lasciare il marito perché non sanno come sbarcare il lunario (e la cosa va letta anche in entrambe le direzioni).

    Però secondo me esistono comunque donne perfettamente realizzate nel loro essere madri e angeli del focolare e che non vanno comunque sminuite o biasimate per questo.

    Detto questo, io farò di tutto per far capire sia a mia figlia che a mio figlio che l’indipendenza, l’affermazione di sé e quindi la felicità non si basano mai sugli altri, ma solo su loro stessi.

    Riporre un valore così importante nelle mani degli altri, siano figli, compagni o amici è sempre rischioso.

    Ancora complimenti, è proprio un bel pezzo!