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Io mamma lavoratrice non ce l’ho fatta

Prendo in prestito il titolo della famosa lettera indirizzata a Beppe Severgnini e apparsa sul Corriere della Sera qualche tempo fa perchè su quei contenuti ci ho a lungo riflettuto negli ultimi mesi e perchè, anche io come Silvia P. ho capito di non farcela. Anche io ho mollato.

Ho lavorato per 10 anni in una grande azienda, assunta ancora prima della laurea specialistica – mentre preparavo la mia tesi di diritto industriale – un contratto a tempo indeterminato a 24 anni quando molti miei coetanei erano ancora nel pantano degli stage non retribuiti.

Fortuna? Certo, un pizzico di sicuro (trovarsi nella città giusta al momento giusto credo sia stato determinante) ma anche forza di volontà e impegno (quando i miei coetanei erano fuori la sera con gli amici io ero a casa a studiare per laurearmi più in fretta possibile, quando i miei coetanei andavano a fare l’Erasmus io – che avevo vinto una borsa di studio per 10 mesi a Parigi – la rifiutavo per fare il mio primo stage presso la direzione legale centrale di Banca Intesa).

Gli ultimi 10 anni hanno cambiato la mia vita molto più dei primi 20; non si è trattato solo di un lavoro, là ho conosciuto alcuni dei miei migliori amici, là sono stata tampinata da Simone, là ho imparato un mestiere e avuto esperienze lavorative (e non) che non avrei mai potuto vivere altrove. Per l’esercizio della mia professione quello era ed è uno dei luoghi più all’avanguardia in Italia.

E i figli? Beh, ho pensato di potercela fare senza dubbio alcuno. E l’ho pensato perchè l’azienda ha sempre tutelato le madri lavoratrici, perchè le mie tre maternità sono state garantite e supportate, perchè d’estate ho portato i bambini al mare usufruendo del congedo parentale, perchè ogni mio “aspetto un bambino” è stato accolto con un abbraccio sincero.  E ne ho avuto la conferma dalle parole e dagli occhi lucidi che ho visto il giorno in cui sono andata via.

Ma un lavoro è anche fatto (giustamente) di regole e di imprevisti e di urgenze e di colleghi ai quali non è giusto passare sempre la palla del lavoro non finito alle 18 o della riunione fiume il giorno in cui c’è la recita all’asilo. E non importa che il/la collega in questione sia single e senza figli, la sua vita privata vale quanto la mia e il bilanciamento vita-lavoro dovrebbe essere garantito ad ognuno di noi. E non è un’azienda a poter cambiare l’Italia (non solo almeno), un paese nel quale il 78% delle dimissioni convalidate dall’Ispettorato del lavoro nel 2016 sono state di donne con figli.

L’Italia è un paese per mamme solo nel caso in cui decidano di fare le casalinghe a tempo pieno o nel caso in cui abbiano un quartetto plenipotenziario di nonni. Ci sono misure di previdenza sociale da attuare e da rimpensare, ci sono divari lavorativi, occupazionali e salariali da colmare. Non c’è solo la mancanza di asili, di servizi per le famiglie, l’assenza di un valido sistema di welfare che viene trasferito in larga parte sulle donne che passano dalla cura dei bambini a quella degli anziani senza soluzione di continuità. Non ci sono solo ragioni economico-finanziarie (e in gioco c’è la tenuta economica e lo sviluppo di un intero paese). Ci sono soprattutto ostacoli socio-culturali.  Ci sono le statistiche che ci dicono che, quando le ragazze studiano, sono più brave dei loro compagni maschi in tutte le materie ma che dopo 10/15 anni quelle stesse ragazze si troveranno a dedicare in media 80 minuti al giorno in più dell’uomo ai lavori domestici.

Maternità e carriera da lavoratrice dipendente, nel mio caso, non sono state compatibili. Non dico sia impossibile ma io non ce l’ho fatta; l’ho scritto più volte, manca una rete di supporto sociale che possa garantire noi donne. Vi faccio un esempio: tra settembre e ottobre ho avuto 5 diverse riunioni pomeridiane tra scuola elementare, asilo nido e materna. Tutte con inizio alle 17 che per me significava uscire dall’ufficio alle 16 e mettermi in tangenziale sperando che lassù qualcuno ci mettesse una buona parola a livello di traffico. Cosa comporta per una mamma lavoratrice timbrare alle 16? Naturalmente recuperare le ore non lavorate durante un’altra giornata nella quale arrivare magari in ufficio alle 7 del mattino (cosa che ho fatto molto spesso). Uscire alle 6:30 da casa, lasciare i bambini ancora a letto e non vederli fino alle 19; nel frattempo scuola, parco, attività extrascolastiche, feste degli amici, una semplice merenda, compiti,  casa, tutto viene gestito da terze persone che magari non ce la fanno più (i nonni) o che costano troppo (baby sitter)- più di uno stipendio. E se prendono un’influenza tutto crolla.

Per me non si è trattato tanto di sensi di colpa ma di stanchezza fisica e soprattutto mentale. Per mesi ho avuto la sensazione di perdere tanti piccoli pezzi delle nostre vite, ho avuto il timore che la nostra famiglia fosse sull’orlo dell’implosione (il fatto di sognare ogni notte una catastrofe diversa non ha di certo aiutato). “Non possiamo andare avanti così”, io e Simone ce lo siamo detti molte volte. Ho cercato di tenere insieme tutto e sono caduta.

Non si tratta solo di una maglietta non stirata o di una cena improvvisata, non sono mai stata una persona particolarmente in fissa con le faccende domestiche nè mi sono adesso trasformata in una casalinga disperata; non ho visto alternative, non sono riuscita a trovarle ma sono andata via con la ferma convinzione di aver finalmente “risolto” una parte della mia vita e con tanti progetti nella testa, piani che possano riguardare solo me come donna e come professionista (un ruolo che non permetterò che venga mai messo da parte).

C’è stato un momento in cui sono crollata, una stupidaggine per tanti, il fallimento del mio ruolo di mamma per me: una mattina ho aperto il frigorifero e il latte da dare ai bambini era finito. Non avrei potuto preparare il biberon a Bianca Zoe (certo, direte voi, esiste la spesa online e un papà abile anche lui ad andare al supermercato. Noi la spesa online la facciamo spesso ma a volte lo scordiamo o non abbiamo il tempo per farla).

Ho fallito, non sono riuscita a far tutto come più volte anche voi che leggete mi avete scritto; ho fallito come lavoratrice per non fallire come persona e mamma.

Ho fallito ma ho imparato a sognare.

Una soluzione valida per tutti purtroppo non ce l’ho, sto provando e trovando quella giusta per la nostra famiglia. Ho molte strade davanti e, se ve lo state chiedendo, sì, continuerò a lavorare (se facessi la casalinga verrei immediatamente licenziata per incapacità) e sì, continuo a credere che fare la mamma non sia un lavoro (come scritto qua).

Certo, io ho potuto scegliere, e chi non può farlo?

16 comments on “Io mamma lavoratrice non ce l’ho fatta”

  1. Mi dispiace davvero.
    Io stessa se non avessi quattro nonni a disposizione non so come farei, avendo un marito complementare nella gestione del quotidiano molto ma spesso in trasferta.
    La svolta per me è stato il part time, trovo sia la formula ideale per uno dei genitori della famiglia.
    Ma anche su questo punto non tutte la pensiamo così, in un famoso blog per mamme si parlava di donne che rifiutano il part time pomeridiano, come di approfittatrici sociali… vagli a spiegare che se i tuoi figli vanno a scuola al mattino e tu lavori il pomeriggio non hai nessuno che ti sostituisca riunioni , piscina, pediatra ecc ecc.
    Quanta pressione. Quanti giudizi.
    L’importante e’ dirsi che tutto non si può fare e che ogni scelta esclude qualcosa.
    Ti auguro di trovare presto il tuo equilibrio.

    1. Quanti giudizi ancora da parte delle donne e delle mamme? Perchè dobbiamo farci la guerra a vicenda? Perché? Tu fai part time a 6 ore? Ti trovi bene con questa modalità lavorativa?

      1. Si faccio 30 h su 5 giorni: 3 mattine, un pomeriggio e una giornata intera, per me è perfetto così.
        Dovremmo prendere esempio dai popoli nordici che lavorano meno e meglio.
        Sulla lotta tra le donne, non so che dire, penso che al giorno d’oggi è una continua lotta tutte contro tutte: donne con figli vs donne senza figli in primis ma anche tra mamme… non me lo spiego se non con il fatto che ogni donna ha bisogno di sentirsi in pace con le proprie scelte considerandole migliori di quelle delle altre. Anche gli uomini hanno queste dinamiche ma magari in questioni meno spinose( mio personalissimo pensiero)

  2. Purtroppo per noi donne non è semplice. Io ho scelto di lasciare gli studi universitari anche se mi mancavano pochissimi esami alla laurea perché sapevo già che con il mio attuale marito desideravamouna grande famiglia e qui al Sud come tu sai i supporti alle mamme sono ancora più scarsi. Non ci sono ad esempio asili nido dove abito io e i nonni non possono occuparsene. Quindi sto iniziando ora a lavorare, visto che sono tutti e tre a scuola, ma studiavo economia e invece lavoro da bracciante agricola…ma ho molto tempo da dedicare alla mia famiglia? Non credo di essermi pentita perché mi sento valorizzata anche così ???

    1. Conosco abbastanza bene la situazione del sud purtroppo; Letizia sei stata una grande e se sei felice è questo ciò che conta! Magari un giorno potrai completare quei pochissimi esami per la laurea 🙂

  3. Ciao, venerdì sera dopo mille corse e ingresso anticipato al lavoro per “recuperare” sono arrivata trafelata al primo colloquio di prima elementare… 18.30…non c’era più nessuno…. il colloquio era alle 16.30… nell fretta ho letto un 8 al posto del 6… lì mi sono sentita fallita come mamma. Come lavoratrice finché non decidi di smettere non puoi permettertelo. DEVI necessariamente sacrificarti come madre e come moglie.
    Non ce la faccio più. La mia vita va in pezzi e la scelta è sacrificare il mio lavoro riducendo pesantemente il bilancio familiare e quindi lo stile di vita di tutta la famiglia oppure continuare a sacrificare figli e marito vivendo do sensi di colpa e di stanchezza cronica…
    Ti ammiro x il “salto” che hai saputo fare!
    Nadia
    Mamma in bilico.

    1. Successo anche a me, se posso darti un piccolo consiglio è quello di guardarti dentro con sincerità, io sono stata aiutata a farlo da persone in qualche modo “estranee” alla situazione che mi hanno portata a capire che non avrei potuto continuare così; (ovviamente le valutazioni economiche sei solo tu a poterle fare). Ti abbraccio

  4. Cara Olga! La mia storia lavorativa è stata un disastro da quando mi sono sposata! Dopo il liceo ho seguito la mia passione per la pasticceria e ho frequentato una prestigiosa scuola di Brescia. Finito il mio corso ho avute diverse esperienze in pasticcerie famose della mia città…dopo alcuni cambiamenti avevo trovato il posto giusto..ero felice e realizzata! Dopo il matrimonio ho iniziato a subire pesanti pressioni perché non rimanessi incinta…sono stati mesi anni orribili! Dopo diverse crisi di panico ho deciso di licenziarmi… Ho trovato subito un altro lavoro in una piccola azienda agricola vicino casa…niente di gratificante, ma avevo uno stipendio e andava bene così. Dopo un anno aspettavo Gabriele! Il rientro dalla maternità è stato duro e lo è tuttora. Mia madre mi ha sempre aiutata molto ma ho perso tanti momenti della vita di mio figlio, spesso ho pensato di rimanere a casa ma le spese sono troppe e uno stipendio non basta…per ora si va avanti così cercando di non far mancare niente al piccolo! Vedremo cosa ci riserverà il futuro!!!

    1. Mi dispiace moltissimo per la tua storia ma ti auguro davvero di poter trovare la tua strada quando Gabriele sarà un po’ più grande, immagino che i ritmi di lavoro nel tuo mestiere siano duri, vero?

  5. Ciao Olga,
    molto bello il tuo post… sincero e diretto.
    Io credo che ti dovremmo dare una medaglia perché hai avuto la forza e la tenacia di crederci e di provarci a lungo prima di mollare. Inoltre credo che la tua situazione di mamma di 3 abbia influito molto sul decorso della tua carriera lavorativa iniziale. Non ti conosco ma da quello che traspare dai tuoi post mi sembri una ragazza con talmente tanto entusiasmo e forza interiore che sono sicura che con 1 o 2 figli saresti riuscita a “conciliare” le due cose (con salti mortali e pirolette degne di un’artista del cirque du soleil certo, ma senza cadere), carriera e famiglia. Con l’arrivo della tua ultima cucciola, le variabili sono cambiate ulteriormente e ritrovare i nuovi equilibri non è stato possibile.
    Detto questo, hai avuto la forza e l’intelligenza per reagire a questa situazione che stava mettendo in crisi la tua famiglia e hai deciso di voltare pagina, BRAVA! Ci vuole coraggio.
    Io mi trovo qualche step indietro rispetto alla tua situazione. Ho un bimbo di 2 anni e mezzo, un secondo che arriverà a febbraio… e un lavoro full time. Ma non ti nego che nella mia mente sto già formulando vari scenari, il più persistente di tutti è quello di chiedere una riduzione di orario in azienda… Sperando che la cosa venga accettata positivamente. Facendo questo metterò probabilmente un punto finale sulla mia carriera ma come fare altrimenti? Ho solo 1 nonna disponibile che ci aiuta per le emergenze, la baby sitter non mi va come idea… e le esigenze dei cuccioli sono tante.
    Insomma, staremo a vedere cosa succederà, in fin dei conti come dici giustamente tu, ogni mamma, ogni famiglia deve trovare la soluzione che sia quella giusta per sé.
    Un abbraccio!

    1. Ciao cara Martina, innanzitutto grazie per le tue parole, mi avete così sostenuta che mi sono davvero commossa 🙂 Sulla questione della baby sitter ti capisco, anche a me non andava l’idea di vedere i bambini solo per un’ora la sera, c’è chi lo fa per carità ma io ho una idea diversa della maternità. Certo, anche a me piace prendermi i miei spazi e lo considero giusto ma i bimbi devono crescere con la mamma e il papà. Che la carriera si blocchi a causa di un part time è molto molto triste… Ti faccio però un grosso in bocca al lupo e tanti auguri per la tua dolce attesa 🙂 un abbraccio!

  6. Cara Olga, avrei tanto voluto leggere questo post qualche tempo fa.
    Io sono nella stessa situazione, sono arrivata alla frutta, stavo impazzendo per le continue corse, pressioni, scadenze.
    Avrei voluto mettermi in proprio, ma l’occasione che mi era capitata in realtà prevedeva più lavoro e più incognite che flessbilità e ho quindi desistito. In più il mio compagno ha una situazione lavorativa instabile suo malgrado che “obbliga” a scelte più “sicure”. Sono arrivata ad una soluzione che spero tamponi almeno in parte le nostre esigenze di famiglia senza aiuti. Da Gennaio sarò operativa in un altra filiale della mia azienda, dove se pur continuando a lavorare full time dovrei per lo meno veder ridotte le trasferte all’estero.
    Ho provato a farmi licenziare ma non hanno voluto accordarmelo. Sono una delle 78% di mamme che ha firmato le dimissioni “volontarie” al DTL, una farsa che mi domando a cosa serva.
    Non ne posso più di vedere mio figlio più grande stanco morto per le lavatacce della mattina e il non-stop fino a sera. Devo dargli delle vitamine per aiutarlo a sopportare il ritmo. Questo non è giusto, non è umano.
    E’ da un anno che cerco di fare downshifting, che suona figo ma in realtà è solo un passo dietro lavorativo, e sai la beffa qual’è? Sono troppo qualificata per essere presa sul serio per una mansione solo operativa. Le agenzie mi scartano a priori nonostante io abbia messo per iscritto la mia volontà di passare ad un livello inferiore e glielo ribadisca ogni volta al telefono, quando li chiamo io per sollecitare almeno un primo incontro. Sono troppo “vecchia”, qualificata e con esperienza. Questo non è un paese per mamme, soprattutto per quelle che lavorano e vorrebbero continuare a farlo.
    Speriamo che il nuovo anno porti un pò più di serenità in questo senso. Abbiamo tanto bisogno di ritmi più umani e soprattutto i nostri figli meritano di crescere con i loro ritmi e con almeno un genitore più presente, fisicamente e mentalmente.
    Un grande in bocca al lupo per la tua nuova avventura.

  7. Ti capisco benissimo io sono una di quelle mamme che lottano ancora per tenere tutti in piedi 3 figli un marito una casa e un lavoro e ti stimo tantissimo per la decisione presa ma ti invio anche perché io sono nella situazione di non poter mollare e si va avanti dormendo poco e facendo salti mortali per far coincidere tutto

  8. Bellissimo articolo..ti ammiro per la tua scelta.. stupidamente prima di diventare mamma ho sempre pensato che quando lo sarei stata, mai avrei voluto mollare il mio lavoro..ho studiato tanto, fatto cambiamenti e faticato tanto per farlo.. poi ho avuto un figlio mentre lavoravo in libera professione..immaginati. Ho lavorato fino al nono mese e facevo 150 km al giorno.. sono rientrata ma il posto da dipendente era quello che mi permetteva di aver più tempo da dedicare a mio figlio. Adesso aspetto il secondo che avrà due anni in meno del primo.. con la differenza che non avrò l’astensione facoltativa perche ho un tempo determinato (a differenza dell’indeterminato che ce l’ha senza problemi.ndr)e dovrò rientrare al 4 mese.Ho già l’ansia. L’ansia dell’allattamento, asilo nido, turni miei e del mio compagno ( anche lui si fa un mazzo tanto con turni aggiuntivi reperibilità ecc)..ogni tanto mi verrebbe voglia di non rientrare, ma siamo donne e cambio idea ai primi scleri familiari, ai primi capricci. Ma l’idea è sempre lì.. poi mi dico ok metti che resto a casa.. fra 5 anni? Che faccio? Rientro al lavoro? Eh no bella mia.. perché chi lascia Roma perde poltrona..la trovo veramente un’imposizione il “non dover mollare..” e allo stesso capisco che mentre tu hai scelto di seguire un’altra strada un’altra si è fatta il mazzo (lo stesso che ti sei fatta tu..). E altra idea che non mi abbandona e’ quella di aver un terzo figlio (e non ho ancora partorito il secondo) ma lì sarebbe veramente dura non lasciar andar tutto.. senza ascoltare i commenti maligni che si dividerebbero in due: a)un altro figlio? b) hai mollato il lavoro? E adesso?
    Ecco.ripeto. Ho già l’ansia.

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