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L’Italia non è un paese per mamme: il nuovo rapporto di Save the Children

L’8 maggio scorso, giornata storicamente dedicata alla Festa della Mamma, è stato pubblicato il nuovo rapporto “Le Equilibriste: la maternità in Italia”, il report annuale di Save the Children (in collaborazione con l’ISTAT) che analizza la situazione delle mamme oggi nel nostro paese attraverso la definizione di un vero e proprio Mothers’ Index (un misuratore della condizione delle madri rispetto a tre dimensioni: cura, lavoro e servizi).

Proprio nella settimana dedicata alle mamme, giorni nei quali si impegnano parole e parole sulla meraviglia dell’essere madri, ritengo importante parlare anche delle difficoltà, dei servizi che non ci sono, degli asili che mancano o costano troppo, dell’assenza di rete e di supporto, delle madri che non possono diventare madri per tutte queste ragioni. Di una scelta di pancia e di cuore che si infrange davanti a fredde statistiche: nel 2016 il 78% delle dimissioni convalidate dall’Ispettorato del lavoro sono state di donne con figli che dichiaravano assenza di servizi o impossibilità di far fronte economicamente agli stessi e inconciliabilità tra vita personale e lavorativa. E così si gioca in anticipo: niente figli per tenersi stretto il proprio lavoro, per non fallire (in senso metaforico e non) – si rimanda a tempi migliori.

Che paese è un paese nel quale il tasso di natalità continua a diminuire e le politiche sulla genitorialità a latitare? Un paese misero, ingrato, rivolto al passato nel quale i progetti di vita di uomini e donne sono accantonati e messi al tappeto dall’assenza di politiche sociali che si fa, paradossalmente sempre più presenza, criterio determinante in scelte personalissime. Gli interventi operati sono una tantum e non strutturali (si pensi ai bonus nido o bebè che hanno certo un ruolo emergenziale importante ma che non possono da soli migliorare il dato sulla natalità).

Quando decidiamo se fare o no un figlio siamo in tre, io, te e lo Stato.

Essere madri in Italia oggi: com’è davvero? Io lo so solo in parte, vivo in una di quelle regioni che il report dichiara essere virtuose, posso pagare un asilo nido, lo sport, il pediatra privato se serve. Vivo in un paese in cui in giro per le strade ci sono tanti cartelli che dichiarano “Città dei bambini”, ed è vero, si tratta di una città a misura di bambino, piena di verde, di piste ciclabili, di spazi gioco, di luoghi di aggregazione gratuiti per le famiglie. Qui una mamma non è mai sola. E così, mi rendo conto di quanto in fondo poco possa servire alle famiglie per sentirsi accolte e supportate, ad una coppia per decidere di avere un bambino. Una sanità efficiente, il posto all’asilo nido, strutture per trascorrere tempo di qualità tutti insieme, spazi pensati per i più piccoli e non solo giungle urbane di asfalto e cemento.

“Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”, per far nascere un bambino ci vuole un paese per intero, un paese che oggi è diviso in due, bloccato ancora nella storica divisione tra nord e sud. Al Nord-Est e al Centro sono disponibili 30 posti negli asili nido ogni 100 bambini, nelle Isole e al Sud i posti sono 14 e 10. E infatti in coda alla classifica del Mothers’ Index troviamo Calabria, Sicilia e Campania.

Ma cosa dice il rapporto nello specifico?

L’Italia è un paese che non cresce ma invecchia. Nel 2017 i nuovi nati sono stati 464 mila, il 2% in meno del 2016: si tratta del nuovo e nono consecutivo record di denatalità. Ci sono meno giovani (questo è anche il risultato del cd. baby bust ovvero il forte calo di natalità registrato dopo il baby boom, dal 1976 al 1995 – la nostra generazione per intenderci), si fanno meno figli o non se ne fanno affatto e sempre più tardi: l’età media per il primo figlio è 31,8 – se si considerano anche le donne straniere che vivono in Italia – per le italiane sale a 32,4. Il dato più alto d’Europa come più alto è il numero di over 40 italiane al loro primo bambino.

Il tasso di occupazione varia naturalmente non solo in base al genere ma anche rispetto all’essere o no madri (per i padri questa variazione è minima) e al numero di figli. Le 25-49 enni occupate senza figli sono il 70,8%, le madri di un solo figlio il 62,2, di due figli il 52,6, di tre o più figli il 39,7 %. L’Italia è un paese per mamme solo nel caso in cui decidano di fare le casalinghe a tempo pieno o nel caso in cui abbiano un quartetto plenipotenziario di nonni. Ci sono misure di previdenza sociale da attuare e da rimpensare, ci sono divari lavorativi, occupazionali e salariali da colmare. Non c’è solo la mancanza di asili, di servizi per le famiglie, l’assenza di un valido sistema di welfare che viene trasferito in larga parte sulle donne che passano dalla cura dei bambini a quella degli anziani senza soluzione di continuità. Non ci sono solo ragioni economico-finanziarie (e in gioco c’è la tenuta economica e lo sviluppo di un intero paese). Ci sono soprattutto ostacoli socio-culturali.  Ci sono le statistiche che ci dicono che, quando le ragazze studiano, sono più brave dei loro compagni maschi in tutte le materie ma che dopo 10/15 anni quelle stesse ragazze si troveranno a dedicare in media 80 minuti al giorno in più dell’uomo ai lavori domestici.

Secondo il Global Gender Gap Report presentato ogni anno dal World Economic Forum l’Italia, nel 2017, si posiziona all’82esimo posto su 144 paesi in netto peggioramento rispetto al dato (5oesima posizione) del quale vi avevo già parlato. E così, ci sono datori di lavoro che affermano, pur nella buona volontà di non discriminare le donne (dal punto di vista salariale e non solo), come impiegate con figli di età compresa tra i 25 ed i 45 anni, siano spesso “costrette” ad assentarsi per impegni legati a figli e famiglia. Ad assentarsi parecchi giorni all’anno per l’ennesima febbre, per la riunione con i professori, per la gara di ginnastica o la recita di fine anno. Donne che nella maggior parte dei casi si dividono tra lavoro, casa e altri mille impegni con l’aiuto ed il supporto delle strutture scolastiche e dei nonni; che non possono sostenere la spesa di una baby sitter a tempo pieno (la tariffa oraria di una tata equivale allo stipendio netto orario di una lavoratrice di medio livello). Lo studio del 2017 di Almalaurea conferma la bravura delle ragazze negli studi e la loro successiva penalizzazione sul lavoro, soprattutto dopo aver avuto dei figli: a 5 anni dalla laurea il divario in termini contrattuali e retributivi tra uomini e donne sale a 29 punti percentuali.

Le donne sono quindi più istruite e più competenti degli uomini ma si trovano a gestire, in modo assolutamente asimmetrico con il partner, figli e famiglia (genitori anziani ad esempio) in un equilibrio che spesso diventa impossibile e che le induce a mollare o a rinunciare ancor prima di cominciare. Asimmetria confermata nel tempo speso da uomini e donne nella cura dei figli: i segnali di miglioramento ci sono più al Nord che al Sud dove ancora l’indice di asimmetria (che dovrebbe essere al 50%) si assesta al 74%. I neo papà del 2018 possono godere di 4 giorni di congedo parentale obbligatorio e di 1 giorno facoltativo da “rubare” alla madre. 5 giorni per conoscere un figlio e prendersi cura di lui.

C’è un dato, infine, che, più di tutti, nella settimana dedicata alle madri, dovremmo leggere e diffondere: nel 2016 le donne senza figli tra i 18 e i 49 anni erano circa 5,5 milioni; di queste quelle che hanno dichiarato di non volere consapevolmente figli – nemmeno in futuro – sono solo 219 mila. Un esercito di più di 5 milioni di donne, quanta rabbia mi fa.

Lavorare, andare a vivere in coppia, fare figli nell’Italia del 2018 non è la cosa più semplice e normale che si possa fare.

2 comments on “L’Italia non è un paese per mamme: il nuovo rapporto di Save the Children”

  1. Sono ricapitata su questo post perchè questa frase mi risuona nelle orecchie in questi giorni. Io vivo in Veneto e penso di essere in un posto meno felice di Milano ma comunque abbastanza felice. Ho trovato posto al nido ma non ho 4 nonni (mamma lavora ancora, e poi c’è l’età, problemi di salute etc, non è fattibile impegnarli ogni giorno). Ho avuto la botta di fortuna di avere il part time 3 anni (ho chiesto da 6 ore ma me l’hanno negato per motivi di costi…). Ovviamente finchè sei part time non hai diritto ad aumenti di livello. Per questi anni ho potuto gestire tutto, con sacrificio perchè erano gli anni che prendevo meno e gli anni in cui l’asilo costava di più. Adesso la scelta aziendale è di tornare indietro e togliere tutti i part time (che sono pochini). Quindi da un momento all’altro mi è stato detto di organizzarmi e prendermi una baby sitter, con testuali parole ‘con la differenza di stipendio che prendi puoi pagartela’. In realtà facendo i conti, mi costa di più e quindi vado a guadagnare meno, perchè ho un’uscita più alta. Non farò quindi girare di più l’economia, se non quella delle baby sitter a quanto pare. Non c’è un dato di produzione così importante da giustificare questa scelta, e questo quindi ci spiazza. Ma la cosa peggiore è sentirsi vendere questa cosa da capi donne e madri, che ti dicono ‘noi abbiamo fatto così, devi farlo anche tu’. Con una mancanza di empatia indescrivibile, con un giudizio così evidente scritto in faccia del tipo sei una pessima lavoratrice perchè pretendi di avere la conciliazione (ricordo che avevo chiesto 6 ore e loro me ne hanno imposte 4 imponendomi sacrifici economici per 3 anni). E quando penso che ho avuto la fortuna di avere questi 3 anni, che ho la fortuna di avere ancora un lavoro (anche se mi hanno spinta nell’angolo cambiandomi di ufficio e mansioni che non lasciano molte possibilità di carriera).. penso che io sono anche fortunata e che questo paese è messo davvero male. Da me ci sono uffici in cui le donne non ci hanno nemmeno mai provato a chiederlo piuttosto che affrontare questo discorso con le risorse umane….. Poi però ecco, fanno gli eventi bimbi in ufficio con tanto di palloncini e pagliacci. Perchè quel che conta è quel pomeriggio di due ore l’anno in cui l’azienda si trasforma in un circo. Quel che conta è l’immagine, vendere prodotti alle famiglie, metterli sui volantini, fare gli eventi con un catering e due pagliacci. Il resto non esiste. Che amarezza….

    1. Natascia non puoi capire quanta rabbia mi ha fatto leggere le tue parole, quante storie tutte uguali, quante parole inopportune che si ripetono…forse dovremmo fare qualcosa, tutte noi, tutte insieme, mi sembra di rimanere con le mani in mano e di non contribuire a cambiare questo paese…

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