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Quel piccolo embrione al quale ho detto ciao

Il 17 giugno 2010 ho avuto un aborto interno all’ottava settimana di gravidanza; la settimana precedente avevamo fatto la prima ecografia e sentito il suo cuore battere.

Avevamo trascorso il weekend successivo a Copenaghen e, in un tovagliolino di un pub, avevamo scritto i nomi scelti per quel bambino: Tommaso se maschio, Sveva se femmina.

Ne parlo adesso perchè domenica, il 15 ottobre è stato il giorno in cui, in tutto il mondo, si celebra la Giornata Internazionale dei Bambini mai nati.

Non ci penso mai a come sarebbe stato, non provo dolore né rimpianto; certo, sono stati giorni brutti ma se c’è una cosa che ricordo in modo nitido è la mia volontà di curare il dolore di Simone (all’epoca non ancora Marito). Io stavo bene psicologicamente e fisicamente. Io razionalizzavo, lui meno. Stavo bene e sono stata bene. Non ho avuto necessità di superare il lutto perchè non l’ho vissuto come un lutto: mi sono buttata a capofitto su percentuali e dati scientifici, ho fatto mie le parole del medico “la natura è perfetta, la natura seleziona”, ho chiesto chiarimenti sulla differenza tra embrione e feto, ho ringraziato di non essere una persona credente. La scienza mi ha dato ciò che ad altri (con tutto il mio rispetto) regala la religione: mi ha donato una spiegazione.

Nella stanza pre-operatoria prima del raschiamento ho scambiato due parole con una ragazza in attesa dell’intervento come me: aveva perso due gemelli a 6 mesi di gestazione, li aveva partoriti il giorno prima dopo un lungo travaglio. Nella mia camera di degenza, invece, una ragazza all’ottavo aborto spontaneo, ottavo. E così mi sono detta: che diritto ho io di provare dolore? Come posso paragonare la mia sofferenza a chi ha perso il suo bambino ad uno stadio avanzato della gravidanza o a chi si trova per l’ottava volta ad affrontare la distruzione di tutte le sue aspettative?

Paradossalmente ciò che mi faceva male era la delusione per ciò che avevo immaginato e non sarebbe stato. Il vuoto a perdere dei discorsi che avevamo fatto e del futuro che avevamo disegnato La fantasia ci aveva condotti troppo in là e toccava tornare indietro.

Non ci penso mai, davvero. E adesso che ne sto scrivendo lo faccio con la serenità di chi è andato oltre.

Qualche volta mi sono sentita cinica ed incapace di provare dolore. Poi ho capito che la mia scelta, da subito – l’unica possibile- è stata la vita.
Senza quell’aborto non ci sarebbe stato Niccolò e, a cascata, Edo e Bianca Zoe. Sarebbero stati diversi, non sarebbero stati loro,  e questo per me non è concepibile. I miei bambini sono loro.
Credo semplicemente che ci sia sempre qualcosa di buono in ogni accadimento e il mio “buono” sono i miei figli, non posso chiedere di più e no, non vorrei tornare indietro e cambiare le cose.
La vita ancora una volta ha vinto.
(Nonostante la mia razionalità, nel settembre 2010 ho trovato per caso per terra una scarpetta rosa, taglia 17 – pochi giorni prima del 17 settembre, il giorno del nostro matrimonio. Ho pensato fosse un segno – non certo un messaggio dall’alto quanto un “caso” che io stavo interpretando a mio favore, Simone mi ha dato della matta -lui ingegnere fino al midollo; quel segno, però, l’ho letto come un addio e mi ha permesso di chiudere i conti con il passato, per sempre).
 
Questo è solo un racconto, il mio racconto ed è solo un punto di vista, il mio punto di vista. Ogni dolore è degno di rispetto, non merita di essere classificato e non deve essere soffocato da sensi di colpa o da indicazioni altrui su cosa sia giusto fare o non fare.
Categorized: Family life
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9 comments on “Quel piccolo embrione al quale ho detto ciao”

  1. Questa era una parte di te che non conoscevo e faccio fatica a trovare le parole. Perché anche se so che tu sei andata avanti e so che quello che dici è giusto, mi hai commosso. Ti voglio bene.

  2. Anche a me è successa una cosa analoga , non l ho dimenticato , ma non lo vivo con rimorso o dolore .
    P.s ci siamo sposati anche Noi il 17 settembre ?

  3. Non sapevo che il 15 ottobre era la giornata dedicata ai bimbi mai nati.
    Non cambia le cose, non credo che in qualche modo la festeggerei, se così si può dire.
    Io ho altre 3 date che non scorderò mai. Due di fatto, la terza volta non sono nemmeno arrivata a “vederlo” e quindi è stato meno traumatico, meno lutto dei primi due.
    Come te anche io ho metabolizzato la parte scientifica, razionale, dell’accaduto. Ma mi è rimasto il segno, indelebile, una cicatrice, e questo non credo riuscirò mai a cambiarlo. Riesco a scriverlo, adesso, ma non riesco a parlarne. Delle 3 solo una volta mi è toccato andare sotto i ferri e ricordo con orrore ogni frame di quanto vissuto quel giorno.
    Ma hai ragione tu e condivido il tuo pensiero quando dici che quando succede nelle prime settimane non è neanche lontanamente paragonabile alla perdita di un figlio, che sia nato o quasi al traguardo. Questo da una parte mi ha aiutato ad accettare prima la perdita, dall’altra mi ha fatto riflettere su quanto sia comunque fortunata, non cambierei nulla di quanto successo avendo poi avuto l’onore di avere due figli fantastici. Un abbraccio sincero.

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