vita da mamma

Madri che sono anche fragili

Sono fragili le mamme e hanno bisogno che di questa fragilità si parli più spesso.

Troppo, ultimamente, si sottolinea la forza di una donna diventata madre, la capacità di far tutto con grinta ed energia, il suo essere naturalmente multitasking, l’acquisizione di nuove capacità quali l’empatia, la sensibilità, l’efficienza e l’efficacia sul lavoro, la focalizzazione, l’eliminazione del superfluo. E, al contempo, “va di moda” lo sbandierare l’imperfezione a tutti i costi, sono una mamma fallibile e me ne vanto. Sono giovane e bella, metropolitana, lavoratrice istruita e viaggiatrice, tutto quello che mia madre ha desiderato per me l’ho ottenuto, ho una vita da manuale e, da copione, devo praticare la lamentela per l’ennesimo virus influenzale dei miei figli, per la millesima notte insonne o per il pubblico capriccio dei bambini.

Eppure non sono imperfetta perché arrivo tardi alla riunione con le maestre, perché non ho voglia di leggere la storia per la sesta volta di seguito, perché non cucino cibi bio ma propongo ai miei figli quelli surgelati. Lo sono perché sono anche fragile e non voglio più vergognarmi di dirlo.

È vero: la maternità insegna molto ma tanto toglie. Apre voragini, alimenta insicurezze. Si ha più paura della morte, della propria alla quale si pensa spesso e di quella dei nostri figli della quale non riusciamo a parlare perché non esistono parole per un abisso del genere.

La maternità è la scoperta dei propri limiti e come tale andrebbe vissuta e manifestata.
Siamo vittime di una nuova dittatura post femminista creata e alimentata dalle donne, dalle nonne, dalle altre madri. Abbiamo preso tutto il meglio o tutto il peggio a seconda di come si guardi l’esperienza della genitorialità. Il parto se non è naturale e senza epidurale non è un vero parto, l’educazione se non è montessoriana o steineriana non è vera formazione, i giochi se non sono in legno naturale atossico non sono giocattoli appropriati.

E noi? Subito pronte a rimetterci in campo e a ributtarci nella mischia forti delle nuove competenze acquisite, belle come e più di prima perché noi non siamo mica come le nostre madri che non hanno allattato, che hanno scelto il cesareo, che hanno indossato camicia da notte e vestaglia per giorni interi accogliendo a stretto riposo parenti e amici in visita al bebè.

Abbiamo ricevuto tutto dagli scorsi decenni e tutto ci viene chiesto indietro con gli interessi.

Si nasce figlie e si ha la vita intera per esercitarsi ad esserlo, si diventa madri ad un certo punto e il tempo per imparare non c’è già più: quel piccolo esserino che abbiamo donato al mondo richiede tutto e subito.

Si vive il senso di colpa del pentimento e del voler tornare indietro, quello della preferenza per uno o per l’altro figlio, il rimpianto per ciò che è stato e la pena profonda per chi mamma non può diventarlo.

Vivono di notte le madri e di notte riordinano i pensieri mettendo uno dietro l’altro i tasselli delle loro giornate mai abbastanza produttive, quasi mai rispondenti alle aspettative, le proprie prima di tutto.

Si diventa fragili perché improvvisamente si comprendono i propri genitori e la tenerezza mista a malinconia che si prova quando tutto diventa chiaro è un sentimento che squarcia dentro.

Si diventa fragili perché arriva il momento in cui alla domanda “cosa c’è che ti rende davvero speciale?” si risponde con un naturale automatismo “i miei figli naturalmente!”

È talmente meraviglioso diventare mamma che si ha paura di non meritare così tanta felicità. È la seconda possibilità che la vita ci regala e sprecarla sarebbe inaccettabile.

 

Nessuno di noi nel mondo è insostituibile tranne una mamma per il proprio bambino: la responsabilità di esserlo rende nude e, a volte, impotenti.

Ci sarebbe bisogno di tempo per diventare madri ma di tempo non ce n’è. E allora basterebbe solo meno severità, verso se stesse e verso le altre madri come noi.

ME
OLGA ZAPPALA'

 

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