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Mamme lavoratrici: discorsi su flessibilità e asili nido

Boom di dimissioni per le neo mamme nel 2016 in Italia. Le mamme lavoratrici con figli fino a 3 anni che hanno lasciato il loro posto di lavoro sono state 29.879, di queste 5.261 hanno cambiato semplicemente azienda, 24.618 sono invece uscite dal mercato del lavoro (e questi dati non considerano le donne con figli maggiori di 3 anni); sono rimaste a casa probabilmente per badare ai figli (o meglio queste sono le ragioni espresse nel modulo che si compila in questi casi). E consideriamo che in Italia il tasso di occupazione femminile è già uno dei più bassi d’Europa (48,8% contro il 62,5%). Le motivazioni? Mancato accoglimento del bambino al nido (in Italia solo il 12% dei bambini al di sotto dei 2 anni usufruisce di un nido pubblico) o rette e costi di baby sitter troppo alti, difficoltà di conciliare figli e occupazione, assenza di una rete parentale di supporto. E se uno dei due genitori deve rimanere a casa a farlo sarà nella maggior parte dei casi la donna (le donne guadagnano meno degli uomini, giusto?).

Qualche giorno fa mi sono trovata a commentare questi dati con un’amica mamma lavoratrice a tempo pieno che mi ha fatto riflettere su due aspetti che non avevo fino ad ora considerato abbastanza.

Il primo riguarda i nonni, il loro ruolo così importante di sostegno e cura, il loro essersi trasformati in un ammortizzatore sociale che, però, in parecchi casi viene meno. Per quale ragione? Con l’allungamento dell’età pensionabile i nonni sono ancora in piena attività, impegnati nel loro lavoro e impossibilitati a gestire i nipoti (mio padre, ad esempio). Meno nonni in pensione, meno mamme al lavoro.  Alle riforme pensionistiche non sono seguiti adeguati interventi a supporto delle famiglie (i bonus recentemente introdotti non riescono a compensare di certo l’assenza di un nonno).

Questa amica mi ha inoltre raccontato la vicenda di una comune conoscente che, avendo partorito una bimba prematura, non potrà portarla al nido almeno per i primi due anni di vita (su indicazione del pediatra). Il risultato? Fatta fuori tutta la maternità obbligatoria e tutta la facoltativa, con i nonni al lavoro, sarà costretta ad assumere una tata a tempo pieno, tutti i giorni dal lunedì al venerdì, 8 ore più quelle necessarie per gli spostamenti casa-ufficio, ufficio-casa. Immaginate quanto possa costare una baby sitter (tra stipendio e contributi) in una grande città come Milano. Non potrà godere di bonus o aiuti nè di maggiore flessibilità da parte dell’azienda (medio-piccola e quindi con certe difficoltà organizzative e gestionali), il cartellino va timbrato sempre e comunque, il lavoro va fatto fisicamente in ufficio anche se una buona parte potrebbe svolgersi in casa davanti ad un computer mentre la piccola dorme o gioca. Non potrà recuperare le ore perse per una recita scolastica (ha anche un altro bambino) o per una riunione con le maestre. Quel tempo sarà perdita di credibilità in ufficio davanti ai suoi colleghi o al suo capo.

Eppure ci sono dei manager illuminati che iniziano a comprendere le competenze di una mamma. Pochi giorni fa mi sono trovata a discutere con l’amministratore delegato di una grande azienda, dicevo come sia comprensibile in qualche modo (ma non per questo condivisibile) lo stop alla carriera di una donna che si assenti dal lavoro magari per tre maternità in 5 anni. Mi aspettavo un assenso da parte sua e invece, con mia grande sorpresa mi sono sentita dire: “No, ma perchè dice così? Una donna rimane lontana fisicamente dall’ufficio, è vero, ma acquisisce delle competenze uniche in termini di gestione del tempo, dell’imprevisto, dello stress, in termini manageriali”.

Cosa si potrebbe fare davvero? Me lo chiedo spesso, non ho delle soluzioni che possano andar bene per tutte ma penso alla mia situazione attuale. Come sapete non sono più una lavoratrice dipendente da circa tre mesi, tempo per fare un mini bilancio del mio ruolo di mamma e professionista. Cosa è cambiato davvero? Cosa fa la differenza? Di certo il tempo, la flessibilità che essendo io il datore di lavoro di me stessa mi concedo prima di ogni cosa. Questo non significa perder tempo o dedicarsi agli hobby o oziare. Significa lavorare magari all’alba quando i bambini dormono per poi ritagliarsi una mezz’ora per assistere agli allenamenti di calcio del figlio (tipicamente a quell’orario, le famigerate 17:00/18:00, in cui a volte – non sempre è chiaro – si rimane sul posto di lavoro per farsi vedere, affinchè i colleghi non possano pensar male)  per poi riprendere la propria attività fino a notte fonda. Significa organizzarsi ovviamente con criterio, responsabilità, serietà e voglia di fare. Significa rendere più umana la nostra vita, quella di persone che vivono in una stessa casa per scelta e per amore e che si trasformano in gente di passaggio pronta a condividere solo incombenze.

Mi rendo conto che questo tipo di flessibilità non andrebbe bene per moltissimi mestieri che richiedono una presenza fisica o un contatto con il pubblico. Ma parlo e penso a soluzioni per le categorie di mestieri che conosco, quelli intellettuali e creativi. Ogni giorno incontro davanti all’asilo la mia parrucchiera, corre al mattino e corre al pomeriggio, accompagna il bimbo al nido e lo recupera quando ormai in classe non è rimasto più nessuno; i nonni non sono disponibili, il papà è molto presente ma quando il bimbo si ammala è davvero un problema. Pagare e trovare una baby sitter per le emergenze risulta troppo gravoso. E parlo di un nido pubblico (lo stesso che frequentiamo noi) con una retta che si aggira sui 400 euro (pasti compresi) per un tempo parziale (con uscita alle 13).

Ecco, flessibilità negli orari e più posti al nido (anche in questo caso si stima che a più posti nei nidi pubblici corrisponda un tasso di occupazione femminile più alto) a prezzi ragionevoli. Ragionevoli anche per il ceto medio. Questo sì che potrebbe aiutare le donne a restare nel mondo del lavoro. E più uomini (e donne) come l’amministratore delegato di cui vi ho parlato a capo delle aziende italiane.

 

 

 

 

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