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Non voglio essere un bravo genitore da quarantena

Questa non è la mia prima quarantena; quando avevo 3 anni ho vissuto con mio fratello immunodepresso che, dopo un trapianto di midollo osseo, è rimasto chiuso in casa per un anno. Lui non ha frequentato la quinta elementare – lo ha “preparato” mia mamma, io andavo all’asilo ma, al mio rientro, venivo letteralmente spogliata sul pianerottolo e ingienizzata. Ogni gioco, ogni oggetto in casa doveva passare all’interno di un cubo disinfettante. Le mascherine che vedo in questi giorni in giro le abbiamo su tutti noi in tante foto di famiglia di quell’anno.

Non vedevamo nessuno nè fuori nè dentro casa, vivevamo isolati senza l’aiuto della tecnologia. L’abbraccio con gambe e piedi, il Wuhan shake – sappiate amici cinesi che lo ha inventato mia madre durante i giorni di camera sterile in cui non poteva avvicinare il suo viso a quello di mio fratello. Ma non è questo quello di cui voglio scrivere. Ovviamente al primo giorno di chiusura delle scuole mia madre mi ha chiamata per dirmi, trascrivo testualmente: “Olguccia tu dovresti esserci abituata, non è la tua prima quarantena!”, “mamma avevo 3 anni eh”, “ma non importa, goditi questo momento con i bambini perchè poi crescono velocemente e se ne vanno via (come hai fatto tu sconsiderata! ndr), che bello poter stare tutto il giorno con loro!Io in fondo quell’anno in casa me lo ricordo con nostalgia”, “ma io ho anche Simone in smart working”, “sei tu che te lo sei sposato mica io!”, “quando l’ho sposato non prevedevo mica la pandemia”. In salute e in malattia (ma malattia con possibilità di boccata d’aria no?). Mia madre quell’anno lo ricorda con nostalgia e mia madre è pure astemia. Mia madre non aveva WhatsApp, Instagram, Netflix, Prime, Sky, Amazon, Zalando, Yoox, i Nutella Biscuits.

Ventesimo giorno di quarantena (in cui abbiamo fatto sempre la spesa online e siamo usciti solo per andare in farmacia e pochissimo altro anche quando ancora lo si poteva fare) e non posso dire di essermi goduta i bambini con un grande cuore colmo d’amore. Ho sbalzi d’umore degni di un trapezista bipolare che molto dipendono dal livello di scazzo dei miei figli nel fare i compiti.

Come possiamo davvero goderci la famiglia ritrovata quando viviamo in uno stato di perenne allerta? In questo preciso istante Bianca Zoe sta guardando un video in cui con un taglierino vengono mozzate le gambe di una Barbie per farne un simpatico segnalibro – il mondo sta dentro casa ma fuori di testa. Finirò per desiderare di pulire i vetri di casa, già lo so.

Intendiamoci, noi teniamo alto l’umore e non ci piangiamo certo addosso – che in fondo andrà bene (ma non per tutti purtroppo e l’età media delle vittime non è certo una circostanza attenuante) lo sappiamo; in casa giochiamo, ridiamo, spieghiamo le novità ai bambini con calma e tranquillità. Mangiamo la solita pasta al sugo e litighiamo per broccoli e zucchine. Discutiamo per le piccole cose, facciamo le nostre piccole cose. Cerchiamo di vivere normalmente almeno fino al nuovo bollettino serale della Protezione Civile davanti al quale vorrei aprirmi una birra (ma mi sono imposta di farlo non più di due – ok tre – giorni a settimana). Qualche pazzo (forse mia madre) ha lanciato l’deona del dry month-quarantine, non scherziamo ragazzi. Ci manca solo che mi proponiate di guardare tutte le stagioni di Pomeriggio Cinque.

Ci sono due tipi di retorica che in questi giorni mi danno sui nervi (oltre al volemose bene a tutti i costi, mi pare ovvio): la prima è quella del godersi il momento assaporando ogni piccolo istante delle nostre giornate. Ma certo raga, tra una divisione a tre cifre, l’australopiteco, un abaco, un baby clistere per la stitichezza e un marito in videochiamata h24 (che, nelle pause, mi propone di sfoderare i divani e svuotare la cantina), mi godo un sacchissimo la mia meravigliosa onnipresente famiglia. Soffocante lo sarò anche io per loro naturalmente. E per giunta mi sento dire di essere un genitore bamboccione, di quelli non più abituati a stare con i figli per intere giornate. Sì – spolier – non sono mai stata abituata a stare chiusa in casa con i miei figli durante una epidemia globale. Sono perfettamente in grado di godermi tempo di quantità e qualità con la mia famiglia in vacanza o durante weekend o settimane di pausa ma oggi devo anche fare i conti, tutti noi dovremmo farli, con la nostra paura e con l’incertezza di quello che accadrà. Riconosciamolo prima di chiedere un ulteriore e inutile stress alle nostre vite sospese di oggi. Arrivati a questo punto di lettura esclamerete un ” ma c’è di peggio!” – chiaro. Il pensiero per chi sta lottando in prima linea (medici e malati) manteniamolo vivo rispettando alla lettera (e anche di più) le disposizioni delle autorità.

La seconda (retorica) è quella dell’iperattività. Vedo gente desiderosa di imparare l’esperanto, il videoediting o a costruire un segnalibro mozzando le gambe di una Barbie; le liste di millemila cose da fare si sprecano, avremmo bisogno di rimanere in quarantena fino al 2070 per depennarle tutte. Non so voi ma io preferisco rimanere in una beata ignoranza.

Abbiamo tutti paura, é tutto così folle, così fragile; non prendiamoci in giro, è traumatizzante e alienante. Mia madre mi racconta sempre di aver sviluppato una specie di “ossessione” per la camera sterile, si sentiva al sicuro solo dentro quel box, non voleva uscirne e quando era a casa sostituita da mio padre, che con lei faceva i turni, ne sentiva la mancanza.

Ci attaccheremo alla nostra casa e alle nostre abitudini e le difenderemo gli uni contro gli altri, con il coltello fra i denti e l’amuchina ancora in tasca per sicurezza. Alla fine di tutto questo saremo tante solitudini pronte a scontrarci, dovremo imparare a rivivere fuori, a non guardarci con sospetto. A non pensare di essere più attenti, scrupolosi, ligi alle regole, in ultima analisi migliori degli altri.

Tireremo fuori grandi risorse e aiuto reciproco e solidarietà, è vero, ma il peggio di noi sarà pronto ad esplodere quando la misura sarà colma e il vaso si riempirà a nostra razionale insaputa. Ci stiamo perdendo la primavera e mai nessuno ce la restituirà.

Eppure cadere non sarà inutile, crollare non sarà una cosa da nascondere sotto il tappeto della solita ipocrisia; in ultimissima analisi impararemo qualcosa di più su di noi, migliore o peggiore chi può dirlo.

Oggi, però, non è il momento per diventare la versione migliore di noi stessi. Fermiamoci. Non ho finalmente l’occasione per trascorrere moltissimo tempo con i miei figli, ci troviamo nel mezzo di una fottutissima pandemia e non c’è spazio per i fottutissimi sensi di colpa genitoriali. Non voglio essere un bravo genitore da quarantena, mi basta essere una cittadina che segue le regole e, per il resto del tempo, spero solo di salvare tutti noi da ciò che c’è fuori e da quello che abbiamo dentro.

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