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Perché il fertility day fa male alle mamme

Sono una mamma di tre figli, una giovane mamma di tre figli, fatti tra i 27 ed i 31 anni. Ho superato di gran lunga la media italiana, ho messo in moto il mio utero, coltivato la mia fertilità, mi sono data una mossa e non ho aspettato la cicogna, l’ho proprio sollecitata. Mio marito non ha mandato gli spermatozoi in fumo, anzi.

Non sono di certo il target di donna alla quale il Fertility Day si rivolge ma appartengo alla categoria che, più di tutte, oggi, si è indignata per la campagna promossa dal Ministero della Salute.

Il Fertility Day fa male alle mamme che perdono il lavoro durante o dopo la gravidanza e a quelle che pur conservandolo vivono di sensi di colpa per le loro assenze con i figli e per le riunioni fissate alle 19:00 alle quali non riescono a partecipare. Fa male alle donne che non lavorano per scelta o per necessità e che sono stufe di dichiarare che il loro mestiere è essere mamma. La maternità non è un lavoro, è la vita. Non è un dovere nei confronti della società, è un diritto del singolo, semmai il dovere è fare una scelta consapevole e priva di condizionamenti. Vogliamo forse che gli adulti di domani siano i figli di un “devo farlo anch’io o sarà troppo tardi”?

Fa male a noi mamme che cerchiamo di capire e rispettiamo profondamente, nonostante le differenti strade intraprese, le donne che decidono di non avere figli; che vorremmo abbracciare e stringere forte le donne che i figli non riescono ad averli pur desiderandoli nel profondo.

Fa male alle donne che vorrebbero esserlo ma non possono per ragioni che con la maternità nulla dovrebbero avere a che fare, non quelle del cuore ma quelle logistiche ed economiche e lavorative di nuovo.

Fa male alle nonne che sono state mamme e che rappresentano il vero welfare italiano. Che sono ancora costrette ad affermare che in fondo meglio avere un nipote maschio perché i maschi fanno meno fatica.

Il Fertility Day fa male a noi mamme che crediamo che avere dei figli sia una scelta meravigliosa ma faticosa e che in fondo ci speriamo ancora che il budget investito in una brutta pubblicità possa essere destinato a maggiori servizi per i nostri bambini.

Fa male a noi mamme perché ci fa sentire una categoria da tutelare come si fa con un animale in via di estinzione, curandone la riproduzione in laboratorio. Noi mamme che prima di essere mamme siamo donne, che siamo state studentesse e universitarie, che ci siamo laureate prima e meglio dei nostri mariti e compagni e che non desideriamo affatto uno Stato assistenzialista. In fondo basterebbero anche pochi giorni di permessi retribuiti se il proprio figlio si ammala, un posto garantito all’asilo nido, agevolazioni fiscali, un paese che veda la maternità come una risorsa e non come un ostacolo per se stessi e per gli altri. 

Un lento e progressivo cambio di mentalità che ci conduca a non considerare le donne che fanno più di 2 figli (il numero perfetto da famiglia del Mulino preferibilmente un maschio e una femmina) come delle hippie fricchettone e quelle che non li hanno come delle poverine da guardare di nascosto abbassando la voce.

Detto questo voglio sperare che si sia trattato di una creatività sbagliata dal sapore retro(grado) legata ad un messaggio in parte veritiero, quello basato sui dati scientifici relativi alla progressiva perdita di fertilità. Insomma, siamo tutti d’accordo che procreare da giovani aumenti statisticamente le possibilità di una gravidanza diminuendo i rischi di complicanze per mamma e bambino ma non vogliamo che ci sia una grossa clessidra che incombe sulle nostre teste (o uteri) a ricordarcelo.

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