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Un lavoro senza ufficio che lavoro è?

Premessa: sono stata per 10 anni una lavoratrice dipendente, sono oggi una lavoratrice autonoma, una mamma a partita iva; i miei bambini, soprattutto Niccolò che fa la seconda elementare, mi hanno “conosciuta” come mamma con un lavoro in ufficio con canonici orari dal lunedì al venerdì.

Nell’ultimo anno la nostra organizzazione familiare è radicalmente cambiata: il mio lavoro si svolge in parte (soprattutto direi) in casa davanti ad un pc o fuori nel caso di incontri/riunioni con clienti, eventi, presentazioni, trasferte. Il “fuori” cerco di gestirlo in base alle mie esigenze e a quelle dei bambini e quindi lo concentro in orari scolastici o durante il weekend (portandoli spesso con me). Lavoro ancora al mattino presto o la sera tardi quando i bambini dormono ma sono molto più presente nella loro vita, partecipo alle attività scolastiche ed extrascolastiche, li accompagno alle feste di compleanno degli amici, sono con loro se stanno male, sono decisamente con loro fisicamente e mentalmente.

Come in tutti i mestieri ed in tutte le “organizzazioni” ci sono pro e contro, io vedo più pro poichè faccio un lavoro che amo, interessante e stimolante, spesso nuovo e diverso e sono molto fortunata per questo. Non posso dire di avere più tempo a disposizione – anzi, sono reduce da un weekend in cui mi sono svegliata all’alba sia sabato che domenica per lavorare – ma sono libera di gestire il mio tempo in modo elastico, flessibile e autonomo (e questo per un genitore è decisamente un plus). Il fatto poi che un buon 80% della gente non comprenda questo lavoro è a tratti esilarante (non lo si comprende non per ignoranza ma semplicemente per mancanza di conoscenza del settore digital): “bambini che lavoro fa la mamma?” Niccolò: la fashion blogger (e lo dice ridendo e coprendosi la faccia vergognandosi molto – come biasimarlo), Edoardo: fa le foto! (certo, come no! Perdonalo Helmut perchè non sa quello che dice), Bianca Zoe: lavoLa al computeL (le femmine come sempre sono avanti anni luce). Del resto se uno dei bambini esprimesse il desiderio di fare il blogger mi verrebbe un coccolone.

Seconda piccola premessa: a scuola di Niccolò i bambini seguono un corso di nuoto settimanale potendo usufruire di una piscina interna alla struttura (scuola rigorosamente pubblica, ci tengo sempre a sottolinearlo). Lo scorso anno, avendo la possibilità di gestire il mio tempo, ho deciso di metterne una piccola parte a disposizione della comunità scolastica candidandomi come rappresentante di classe cosa che, stranamente Niccolò ama che io faccia. Capita che io sia a scuola per firmare qualche documento o consegnare materiali alle maestre (da dipendente non mi si avvistava a scuola praticamente mai). Durante le lezioni di nuoto è richiesta la presenza di 4 genitori/nonni che possano aiutare i bimbi negli spogliatoi (soprattutto le bimbe ad asciugare i luuunghi capelli), naturalmente ho dato la mia disponibilità: se sono in casa davanti al pc posso spendere senza problemi 30 minuti della mia mattinata.

Ieri mattina, giornata di piscina (ma non del mio turno da accompagnatrice), Niccolò mi dice: “Mamma oggi vieni a guardarmi dalle vetrate della piscina?”, “Nicco oggi non è il mio turno, sono venuta la scorsa settimana”, “Ok ma vieni?”, “Secondo te, al mattino cosa fa la mamma?”, “La…lavora?” (col tono di chi spara una risposta nel mucchio non molto convinto), “eh, appunto, sono sempre a scuola per diversi impegni, se una mattina non ne ho, ne approfitto per lavorare, no? Perchè queste cose le chiedi sempre alla mamma e mai al papà?” “Ma il papà è in ufficio, il papà lavora!!!”. (respira Olga, è solo un bambino, il tuo bambino) “La mamma lavora ESATTAMENTE come il papà ma lo fa da casa o da altri luoghi diversi e non da un unico ufficio; io lavoro le stesse ore del papà ma in orari diversi magari la mattina o la sera quando stai dormendo e questo mi permette di essere più presente all’uscita a scuola o ai colloqui con le maestre ma ciò non vuol dire che al mattino io sia a casa a non far nulla; i papà e le mamme sono uguali e lavorano allo stesso modo fuori e dentro casa”.

Ammetto di esserci rimasta un po’ male non tanto per Niccolò che è solo un bambino quanto per una sua idea evidentemente frutto del sentire comune. Il mio lavoro (e mi assumo parte della responsabilità) è procrastinabile, interrompibile, se c’è un’emergenza (ma anche una emergenza non troppo emergenza) io posso gestirla sempre e comunque, non ho un datore di lavoro se non me stessa al quale rispondere e dunque posso organizzarmi, essere flessibile. Mio figlio identifica il lavoro come quello fatto in un ufficio inteso come luogo fisico diverso da casa, sua sorella – due anni – mi ha invece chiesto, vedendo la mia scrivania in taverna, “Mamma quetto è il tuo uffiscio?”. Mio figlio, in sostanza, è rimasto indietro di almeno 10 anni, un anziano nel corpo di un settenne.

Perchè fatichiamo ancora a giudicare lavoro quello agile, autonomo e flessibile? Davvero la nostra mentalità arcaica influenza un bambino cresciuto nel mondo più smart che esista?

Mentre io mi interrogo sul da farsi i più continuano a pensare che in fondo non si tratti neanche un lavoro, visto che un ufficio non c’è (più).

 

 

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